
Una missione nata sotto un tappo di sughero
Ci sono serate che nascono con un programma, e poi c’è la vita che ci passa sopra con le scarpe sporche. La nostra, quella del 27 maggio 2025, aveva una di quelle premesse che ti fanno sentire una persona migliore ancora prima di aver fatto qualsiasi cosa: “Usciamo a scortare l’Amerigo Vespucci che passerà davanti al pontile di Ostia”.
Detta così, sembra quasi un gesto elegante. Un omaggio marinaro. Un saluto rispettoso alla nave scuola più famosa del mondo mentre sfila davanti alla costa, in rotta da Gaeta a Civitavecchia. Una cosa da uomini di mare, con lo sguardo serio e l’aria da chi sa distinguere un nodo di bozza da un nodo in gola.
E invece.
Dove: porto di Ostia. Come: un Sun Odyssey 40 “Libra”, che già di suo suona come una promessa, anche se poi la promessa era soprattutto quella di non rientrare troppo presto. Comandante: Maurizio, uno di quelli che ti fa pensare che il mare sia una cosa semplice, finché non ti ricordi che lui ci è nato dentro e tu, al massimo, ci fai l’aperitivo.
Obiettivo dichiarato: scortare la Vespucci davanti al pontile di Ostia.
Obiettivo reale: “Prosecco”, che è la parola più onesta del lessico nautico italiano dopo “vento in calo”.
Tredici a bordo, e non era una cena mistica
Siamo saliti in tredici. Dodici avventurieri più Maurizio, il capitano. Tredici: numero perfetto per fare i fatalisti quando va male e i poeti quando va bene. Ma quel fatalismo, diciamolo, è durato giusto il tempo di mollare gli ormeggi.
Appena fuori, si è aperta la prima bottiglia di prosecco. Poi la seconda. Poi la terza, perché “tanto è solo per scaldarci”, che è un modo tutto nostro di dire “abbiamo bisogno di un pretesto rispettabile per fare esattamente quello che volevamo fare”.
In parallelo, la cambusa si è trasformata in un bar con la licenza sospesa: gin tonic a litri, bicchieri che comparivano e sparivano, e stuzzichini lanciati come se fossero equipaggiamento tecnico. C’era quell’energia da festa improvvisata che ti fa capire subito che la serata non la governi più. La assecondi. E speri che il mare sia dell’umore giusto.
Maurizio, nel frattempo, faceva il Maurizio: un occhio alle vele, uno alla rotta, e un terzo, non si sa dove, forse a controllare che nessuno stesse tentando di drizzare un’idea stupida. Che poi è una battaglia persa in partenza: a bordo di una barca, con tredici persone e l’alcol che gira, le idee stupide non si “tengono a bada”. Si organizzano in comitato.
Il mare piatto e la playlist sbagliata: la ricetta dell’illusione
Il sole calava e il mare era di quelli che ti fanno credere di essere competente. Piatto, docile, quasi gentile. E quando il mare è gentile, l’equipaggio si sente invincibile. Inizia la fase in cui si raccontano regate del passato come se fossero imprese epiche, anche se poi, a grattare, sono sempre la storia di una boa mancata e di una litigata su chi doveva tenere la scotta.
Qualcuno ha collegato il telefono a una cassa Bluetooth e ha dato il via a una playlist che, se avesse avuto un titolo, sarebbe stata “Canzoni da terrazzo, ma col sale addosso”. E lì capisci che la nautica, quella vera, è soprattutto un pretesto per fare quello che faresti a terra, solo con una vista migliore e più romanticismo.
La missione ufficiale, intanto, restava lì, come una giacca elegante appesa dietro la porta: la vedi, sai che esiste, ma non è detto che te la metti davvero.
A un certo punto arriva la frase. Quella che sposta l’asse della serata e ti ricorda che non sei solo uscito a fare lo strano in mare aperto.
Regà, ma io laggiù vedo qualcosa…
Silenzio. Poi la risposta collettiva, inevitabile, che su una barca diventa sempre un coro:
Ma che stai a dì, basta co’ ’r vino!
Perché la Vespucci, nella nostra testa, doveva apparire come una signora distinta all’orizzonte, con le luci giuste e un’inquadratura perfetta. In pratica, con il buio che prendeva spazio, l’entusiasmo che si allargava e l’alcol che faceva il suo lavoro sporco, ogni sagoma lontana era potenzialmente la Vespucci. Una nuvola. Un riflesso. Una barca qualunque. Un’idea.
E invece, lentamente, quella meraviglia ha iniziato ad avere una forma più seria. Più netta. Più vera. E a quel punto succede una cosa bellissima e un po’ patetica: improvvisamente ci ricordiamo tutti perché siamo lì. Come se qualcuno avesse abbassato il volume della playlist e alzato quello dell’orgoglio.
L’apparizione della Vespucci, e il momento in cui ci siamo comportati quasi bene
Quando l’Amerigo Vespucci la vedi davvero, anche se sei stanco, anche se sei allegro, anche se hai appena finito di discutere su una canzone che non doveva esistere, ti viene un attimo di rispetto automatico. È una presenza. È maestosa senza bisogno di dimostrarlo, e questa cosa ti rimette al tuo posto in due secondi.
Ci siamo avvicinati quel tanto che bastava per sentirci parte della scena, senza fare i fenomeni. Nessun arrembaggio, ovviamente. Nessuna follia. Solo saluti, foto, brindisi fatti con una serietà improvvisata, come se stessimo recitando la versione migliore di noi stessi.
E per qualche minuto, giuro, eravamo credibili. Tredici adulti su un Sun Odyssey 40 che guardano la nave più bella del mondo sfilarti vicino e pensano: ecco, questo è il motivo per cui il mare ogni tanto ti frega il cuore. Perché ti prende con una scusa ridicola e poi ti piazza davanti qualcosa di enorme e bello, e tu non puoi fare altro che stare zitto.
Dopo l’inchino al largo di Ostia lei ha proseguito. Noi anche, ma nella direzione inevitabile: verso il porto, verso un panino, verso un “ancora cinque minuti” che dura sempre più del dovuto.

Il giorno dopo non restava un racconto ordinato. Restava un collage. Risate. Mare di notte. Il frigo a pozzetto come centro di gravità emotivo. Il prosecco come carburante morale. E quella sensazione, strana e bellissima, di essere stati parte di qualcosa che non ha davvero senso, ma ha perfettamente senso perché proprio non ce l’ha.
Perché, se devo dirla tutta, la Vespucci era il pretesto e il premio. Ma la cosa speciale era il “noi”. Il fatto di esserci finiti dentro insieme, in quella bolla di poche ore in cui la vita normale resta a terra e tu puoi permetterti di essere un pirata da aperitivo senza vergognarti troppo.

I 13 pirati da aperitivo visti e fotografati da chi era a bordo dell’Amerigo Vespucci


