Fine maggio. Le giornate si allungano come le promesse dei corsi “rapidi”, l’aria ha quel profumo da stagione che sta per partire e io ho appena chiuso le dieci lezioni di teoria per la patente nautica. Dieci. Che sulla carta sembrano una cosa civile, quasi un hobby. Nella vita reale sono tre settimane in cui il mio cervello ha smesso di parlare italiano e ha iniziato a ragionare per rotte, prua vera, prua bussola e declinazioni magnetiche come se fosse la cosa piu normale del mondo.
Ho fatto quiz ovunque. Sull’app, sui fogli stampati, su post-it incollati in cucina come se stessi preparando un colpo in banca, persino sui tovagliolini del bar. A un certo punto il barista mi guardava come si guarda uno che ha scelto un vizio strano ma almeno non fa male a nessuno: “Solito caffe e… fanali di coronamento oggi?”
Il carteggio, poi, e diventato una specie di rituale. Compasso a punte secche, squadrette, matita, gomme che spariscono sempre nel momento in cui servono. Sveglie troppo presto, serate troppo tardi, e quella sensazione di essere in una relazione tossica con l’Isola d’Elba. Conosco dettagli che non mi servono nemmeno per andarci in vacanza, figuriamoci per viverci: fanali, secche, fondali, punti dove “si da ancora bene” e dove, inevitabilmente, nella mia testa è gia comparso un gin tonic immaginario.
Ero pronto. Almeno io lo ero. Anzi, ero pronto in quel modo fastidioso di chi ha studiato davvero: quello che ti fa pensare “Ok, adesso basta, datemi l’esame e chiudiamola qui”.
Quando scopri che il vento LO decide qualcun altro
Il piano era semplice, lineare, quasi commovente: finisco il corso a fine maggio, faccio l’esame entro trenta giorni come promesso, entro agosto ho la patente nautica in tasca. Fine. Mi vedevo gia a festeggiare con una birra onesta, vento in faccia, e quell’aria da persona adulta che ha finalmente conquistato un pezzetto di liberta.
Poi entra in scena la Motorizzazione Civile. Che non è un ufficio: è un concetto. E un luogo mentale. E il posto dove vanno a morire le scadenze quando nessuno le reclama.
Il corso diceva “esame entro 30 giorni”. Io, ingenuo come uno che crede ancora alle email “ti rispondiamo entro 48 ore”, l’ho preso come un fatto. Invece giugno arriva, l’estate prende velocita, e dall’altra parte mi arriva solo il classico messaggio che potresti stampare e usare come carta da parati: “Forse settembre, se tutto va bene”.
Settembre
Settembre è una parola che, messa in una frase del genere, diventa una stagione emotiva. Significa che tutta la preparazione fatta “a caldo” rischia di raffreddarsi. Significa che la motivazione, che già è una bestia delicata, si mette a fare le valigie proprio quando tu avresti voluto salpare. Significa che devi restare fermo, pronto ai blocchi, mentre qualcuno ti spiega che l’arbitro è in ferie e nessuno sa dove sia finito il fischietto.
E qui la cosa non è solo il ritardo. E’ il non sapere. Non è “esame il 12 luglio”. E’ “boh”. Non è “ci vediamo il mese prossimo”. E’ “se tutto va bene”. Che è un modo gentile per dirti: non dipende da te, e questa è la parte che ti manda in bestia.
Allenarsi senza gara: l’arte di perdere il ritmo
Ho provato a fare il bravo. A tenere la disciplina. A non trasformare la frustrazione in una scusa per mollare. Ho continuato a fare quiz. Solo che quando fai quiz che conosci gia, non stai studiando: stai recitando. E come tutte le recite ripetute, a un certo punto ti viene voglia di cambiare battuta solo per vedere che succede.
Quando sbaglio, ormai, è per stanchezza o per noia. Non per ignoranza. E questa è una beffa elegante: ho il cervello pieno di risposte giuste, ma non ho una data. E allora mi ritrovo a guardare la carta nautica come se fosse un oroscopo: “Vediamo oggi cosa mi dice la rotta… ah, mi dice che li mortacci vostra!”.
Ogni tanto mi sorprendo a parlare da solo. Roba del tipo “mure a dritta”, “andiamo al traverso”, “è lontano 3 miglia”. Parole che, se le dici in un soggiorno di Roma a fine giugno, non ti fanno sembrare un marinaio. Ti fanno sembrare uno che ha bevuto troppo.
Gli amici mi chiedono “com è andata con la patente?” con la stessa delicatezza con cui si chiede a una coppia “e voi, quando vi sposate?”. Io sorrido e rispondo come si risponde quando non si ha voglia di deprimere gli altri: “Sto aspettando”. Che è una frase che sembra neutra, ma dentro ha un rumore di fondo molto preciso.
L’estate
Nel frattempo succede una cosa semplice e crudele: l’estate fa l’estate. La gente va in barca. Posta tramonti dalla prua. Racconta di delfini, rade, cene improvvisate, piccole avventure che sembrano grandi solo perche sono salate e lontane dai calendari.
Io invece sono qui, con la carta nautica appesa come se fosse arte contemporanea, il compasso vicino al mouse e un riflesso condizionato che scatta ogni volta che vedo una presa di gavitello su Instagram. Non è invidia pura, è piu un misto tra desiderio e senso di ingiustizia: ho fatto quello che dovevo, ho pagato, ho studiato, ho sudato. Eppure sono fermo.
La parte comica, se vuoi, è che sulla carta io sono gia skipper. Nella pratica sono uno che conosce i fanali e le precedenze come conosce i titoli di coda di un film che non gli fanno mai vedere. E intanto, mentre il sistema rimanda, tu devi anche gestire la vita normale: lavoro, giornate, impegni, la compagna che ti guarda e capisce che hai la testa altrove, in un punto imprecisato tra Capraia e la tua pazienza.
Una cosa che il carteggio non insegna: la burocrazia
A scuola scrivo: “Novita sull’esame?”. Mi rispondono con frasi che sono oneste e inutili: “purtroppo non dipende da noi”. Lo so. E infatti la frustrazione non è contro di loro. E’ contro quel meccanismo opaco chiamato burocrazia per cui una cosa semplice diventa una prova di resistenza psicologica.
Il paradosso è che la patente nautica dovrebbe essere un percorso di responsabilità. Ti insegna regole, disciplina, attenzione, rispetto. Poi però l’ultimo miglio lo decide un sistema che ti allena al contrario: all’attesa, all’incertezza, al “non si sa”. E tu devi restare serio, concentrato, motivato, mentre qualcuno ti mette in bonaccia e ti dice di remare col pensiero.
Non è che mi aspettassi un tappeto rosso. Mi sarei accontentato di una data. Anche lontana, ma vera. Perché se una cosa la sai, la puoi gestire. Se una cosa è un “forse”, diventa un rumore costante. E quel rumore ti mangia energia. Ti fa dubitare perfino di quello che sai.
la mail
E quindi eccomi qui: aspirante skipper con la testa piena e le mani vuote. Non mollo, per principio e per testardaggine. Continuo a ripassare, ma senza farmi inghiottire dall’ossessione. Mi tengo pronto, ma cerco di non vivere come se fossi in sala d’attesa perenne.
Perche lo so come finisce. Prima o poi arriverà quella mail. “Esame fissato”. Due parole che, dopo mesi di “vediamo”, suonano come un vento che finalmente gira. E quando succederà, voglio essere quello che si presenta calmo, fa il suo, e chiude la questione con una naturalezza che oggi mi sembra fantascienza.
Fino ad allora navigo a vista, si. Ma con una differenza: io le carte le ho davvero. Sono qui, sul tavolo. Le conosco. Le rispetto. E ormai mi fanno compagnia come fanno compagnia le cose che ti ricordano che, se non altro, la tua parte l’hai fatta.


