Dalle simulazioni perfette all’attesa infinita dell’esame: quando la patente nautica diventa un’odissea in balia della bonaccia.
È la fine di maggio. Il sole si ostina a tramontare tardi, l’aria sa già di weekend lunghi e valigie mezze pronte, e io ho appena chiuso l’ultima delle dieci lezioni di teoria per la patente nautica. Fatto. Tre settimane filate a litigare con paralleli, declinazioni magnetiche e quella sensazione costante di avere un compasso al posto del cervello. Nottate di carteggio con la sveglia che arriva troppo presto, centinaia di quiz macinati ovunque: app, fogli stampati, post-it, persino sul tovagliolino del bar tra un caffè e un “dai, ancora due domande”.
A quel punto la mia testa è un archivio vivente di risposte multiple. Chiedetemi la distanza minima di sicurezza in prossimità di una nave cisterna: pronta. La differenza tra fanali laterali verdi e rossi: immediata. Il carteggio? Una sinfonia eseguita a occhi chiusi. Conosco l’Isola d’Elba come se pagassi l’IMU lì: fanali, fondali, secche, rotte, e perfino quei punti in cui “qui si dà ancora bene” e magari, dopo, ci scappa anche un gin tonic fatto come si deve.
Comincio a convincermi che la storia sia lineare: “Bene. Entro agosto prendo questa benedetta patente e brindo in barca, birra in mano e vento in faccia”.
E invece no.
Arriva la doccia fredda. Anzi, gelata. La Motorizzazione Civile — quell’ente quasi mitologico che dovrebbe fissare la data del mio esame — si rivela un triangolo delle Bermuda fatto di attese, rimbalzi e silenzi. Il corso aveva promesso “esame entro 30 giorni”. Ma giugno arriva, l’estate prende velocità, e l’unica risposta concreta è un capolavoro di vaghezza: “Forse settembre, se tutto va bene”.
Settembre.
Sapete cosa significa “settembre” quando hai appena finito di studiare? Che tutta la tensione utile, la concentrazione, il ritmo — puff — rischiano di sciogliersi al sole di luglio insieme alla motivazione. Mi sento come un atleta pronto ai blocchi di partenza, ma costretto a restare immobile perché l’arbitro è in ferie e il fischietto è sparito in qualche ufficio.
Provo a restare razionale. Continuo a fare quiz, anche se ormai li so a memoria: quando sbaglio è solo per distrazione o perché il mio cervello, a un certo punto, si ribella per noia. Guardo le carte nautiche e mi sorprendo a parlare da solo: “Andatura al traverso… mure a dritta… distanza in miglia nautiche…”. Gli amici iniziano a lanciarmi sguardi che oscillano tra l’affetto e la diagnosi.
Scrivo alla scuola: “Novità sull’esame?”. Mi rispondono con messaggi pieni di imbarazzo e frasi tipo “purtroppo non dipende da noi”. E lo so che è vero. Ma è come aspettare un treno senza orario, senza binario e senza la certezza che, prima o poi, passerà davvero.
Nel frattempo, la stagione scorre. La gente parte in barca, posta tramonti dalla prua, racconta di delfini, rade perfette e aperitivi che sanno di libertà. Io? A casa. La carta nautica appesa come un poster motivazionale, il compasso accanto al mouse, e un micro-tic nervoso ogni volta che vedo un gavitello su Instagram.
Mi ripeto che è solo un ritardo, che l’importante è farsi trovare pronti. Ma dentro cresce quella frustrazione pulita e tagliente di chi ha fatto la sua parte e si ritrova comunque fermo, in ostaggio di un sistema che sembra costruito più per rimandare che per formare.
La patente nautica, che doveva essere il mio sogno di primavera, è diventata un incubo estivo fatto di scadenze immaginarie e attese indefinite. Però non mollo. Perché lo so: prima o poi quella mail arriverà. “Esame fissato”. E sarà come sentire finalmente il vento girare dalla parte giusta.
Fino ad allora, continuo a navigare a vista. Ma con le carte in regola. Letteralmente.


