Longitudine di Dava Sobel, come rendere appassionante perfino un orologio

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Ci sono libri che prendono un tema enorme e lo trasformano in un sonnifero di carta. Longitudine fa il contrario. Parte da un problema che, raccontato male, sembra una vendetta personale di un insegnante di trigonometria – come diavolo si fa a trovare la longitudine in mare? – e lo trasforma in una storia con mare, soldi, ego, naufragi sullo sfondo e un uomo che decide di litigare con il tempo. Dava Sobel, nel suo libro del 1995, mette al centro John Harrison e la sua ossessione quarantennale: costruire un cronometro marino abbastanza affidabile da permettere ai naviganti di confrontare l’ora locale con quella del porto di riferimento e capire finalmente dove si trovano sull’asse est-ovest del mondo.

Detto così, ammettiamolo, sembra la premessa di un documentario che guardi solo perché hai perso il telecomando. Invece no. Sobel ha il merito, tutt’altro che banale, di prendere orologi, attriti, scappamenti, osservazioni astronomiche e burocrazia britannica – cioè il materiale che normalmente fa scappare anche i parenti stretti – e di farne una narrazione che fila. Non ti trascina per i capelli, che è il modo in cui tanti saggi credono di sedurre il lettore. Fa una cosa più intelligente: ti incuriosisce, poi ti aggancia, poi ti ritrovi a fare il tifo per un orologiaio del Settecento. E lì capisci che sei fregato.

La forza del libro è tutta nella messa a fuoco. Harrison non è trattato come una figurina illustrata della divulgazione, ma come un uomo ostinato, autodidatta, geniale e anche felicemente inadatto a piegarsi ai salotti giusti. Sobel costruisce bene il contrasto tra il talento pratico di uno che lavora con mani, metallo e idee e il prestigio teorico di chi, spesso, confonde il titolo con l’autorità morale. È un vecchio classico della storia umana: uno fa la cosa, altri spiegano perché non dovrebbe funzionare. Poi funziona. E improvvisamente partono le riunioni. Harrison, per la cronaca, era davvero un self-made man della cronometria, non un professore in parrucca.

Fin qui tutto benissimo. Poi però bisogna anche essere onesti: Longitudine è un libro molto efficace proprio perché taglia. E quando tagli, qualcosa resta sul pavimento. La versione che Sobel rende memorabile è quella del “genio solitario contro l’establishment”, ma la faccenda storica era più sporca, più corale e molto meno hollywoodiana. Il Board of Longitude non è riducibile a una macchietta ostile; i metodi astronomici, soprattutto quello delle distanze lunari, non erano un contorno decorativo; Nevil Maskelyne non è soltanto il villain di servizio; e la soluzione pratica della longitudine passò anche da sestanti, almanacchi, tavole, addestramento e dall’uso contemporaneo di più tecniche, non da un singolo colpo di teatro meccanico. In altre parole: il libro ti dà la versione che si racconta benissimo. Non sempre quella che spiega tutto.

Ed è proprio qui che, soggettivamente, Longitudine mi convince e mi irrita nello stesso momento. Mi convince perché riesce in un’impresa quasi offensiva: rende appassionante un tema che, sulla carta, ha il sex appeal di una pratica notarile dimenticata in un cassetto umido. Mi irrita perché ogni tanto arrotonda la complessità storica fino a renderla più elegante di quanto fosse davvero. Però, a sua discolpa, va detto questo: se oggi il problema della longitudine è uscito dal museo delle cose che “interessano solo agli specialisti”, è anche merito di questo libro e della sua capacità di trasformare la storia della navigazione in racconto leggibile.

Il punto, alla fine, è semplice. Longitudine non è il libro definitivo sulla scoperta del modo di determinare la longitudine in mare. Tralascia pezzi, semplifica rapporti, sceglie un eroe e gli costruisce attorno una scena madre degna di un’ottima divulgazione narrativa. Ma resta una lettura dannatamente interessante, perché ti fa vedere che dietro una linea tracciata su un planisfero non c’erano solo formule, bensì navi, errori, potere, rivalità, intuizioni e decenni di testardaggine umana. E soprattutto ti ricorda una cosa che oggi tendiamo a dimenticare: la precisione non nasce mai per magia. Nasce da persone che sbagliano, insistono, litigano, rifanno da capo e, ogni tanto, azzeccano il pezzo giusto. Sobel non racconta tutto. Però racconta benissimo il fatto che, a un certo punto, qualcuno riuscì davvero a mettere il tempo in tasca e a portarlo in mare. E non è poco.