
La patente nautica è una cosa strana.
Ti insegna un sacco di teoria: fanali, precedenze, venti, carte nautiche, declinazioni magnetiche, squadrette, compassi. Tutta roba utilissima, per carità.
Poi però sali su una barca a vela, con un po’ di vento al traverso e dodici metri di scafo sotto i piedi, e improvvisamente scopri un piccolo dettaglio che nei manuali non è scritto abbastanza in grande.
La teoria non governa il timone.
Puoi sapere perfettamente come si calcola una rotta vera, distinguere una luce isofase da una intermittente e citare a memoria il regolamento per prevenire gli abbordi in mare. Tutto impeccabile.
Poi qualcuno ti mette il timone in mano e dice la frase più pericolosa della nautica:
“Vai tranquillo.”
È a quel punto che inizi a capire che il mare ha un senso dell’umorismo molto particolare.
Io ho iniziato a capirlo circa un anno e mezzo fa, prima ancora di prendere la patente nautica. Da allora ho iniziato ad uscire con una certa regolarità con un’associazione al porto di Ostia: un paio di weekend al mese, più o meno.
All’inizio osservi. Poi un po’ alla volta inizi a dare una piccola mano nelle manovre.
Poi qualcuno ti mette al timone e scopri che la barca non reagisce esattamente come il disegnino sulla lavagna.
Nel momento in cui ho capito che questa cosa mi piaceva, stuzzicava la mia curiosità, e sentivo il bisogno di capirne di più ho fatto subito un corso base. Non quello dove ti spiegano la teoria delle vele con il pennarello sulla lavagna, ma quello dove inizi a capire cosa succede quando la barca poggia troppo, quando il vento gira mentre stai abbattendo o quando qualcuno lascia una scotta nel posto sbagliato.
Poi arriva il corso di perfezionamento.
Quello dove impari la vera disciplina olimpica della vela.
Entrare e uscire dal porto senza fare danni (soprattutto alle barche degli altri).
Perché in mare aperto c’è spazio, tanto spazio. In porto invece ci sono barche costose, banchine di cemento, vento laterale e una quantità sorprendente di spettatori che sembrano comparire esattamente nel momento in cui inizi una manovra complicata.
È un ambiente molto educativo.
IL WINDEX
C’è una frase che Maurizio ripete spesso durante le uscite.
“Mo’ ve lo spacco il Windex!”
Per chi non va a vela, il Windex è quella piccola freccetta montata in cima all’albero che indica la direzione del vento. Uno strumento semplice e utilissimo, tanto che dopo cinque minuti in barca inizi a guardarlo con la stessa fiducia che un antico greco riservava all’oracolo di Delfi.
Ed è esattamente quello che succede durante le prime uscite.
Virata. Regolazione delle vele. Piccolo aggiustamento di rotta.
E immediatamente il timoniere punta lo sguardo dodici metri sopra la testa per capire da dove arriva il vento.
Maurizio osserva la scena per qualche minuto, poi sospira e pronuncia la sentenza:
“Mo’ ve lo spacco sto Windex… dovete imparare a capire da dove viene il vento senza strumenti!”
Il senso della frase è molto semplice: se per capire il vento devi guardare uno strumento, allora non hai ancora capito davvero il vento.
Il suo insegnamento è molto meno tecnologico e molto più marinaresco: imparare a percepire il vento apparente con le orecchie. All’inizio sembra una cosa un po’ mistica, quasi zen. Poi dopo qualche uscita inizi a capire cosa intende.
Il vento non arriva solo sulle vele. Arriva sulla faccia, sulla nuca, nelle orecchie. Arriva nel rumore delle vele e nelle vibrazioni della barca. Se stai al timone e fai attenzione inizi a percepire da che lato arriva l’apparente senza guardare nessun indicatore. A quel punto il Windex torna ad essere quello che dovrebbe essere: uno strumento utile. Non una stampella.
Poi c’è il livello successivo del gioco.
Se stai navigando sotto costa basta prendere un punto fisso sulla terra: una casa bianca, un promontorio, un campanile. Osservi da dove arriva il vento rispetto a quel riferimento e da quel momento hai un indicatore perfetto.
Non si scarica, non si rompe e non costa mille euro. È la costa. E non c’è Windex che batta questo sistema.
quella strana cosa chiamata effetto evolutivo dell’elica
Un altro argomento che durante il corso per la patente nautica viene trattato con una certa eleganza teorica è l’effetto evolutivo dell’elica.
Sui manuali la spiegazione è pulita e rassicurante: quando inserisci la retromarcia, la rotazione dell’elica genera una spinta laterale che tende a far spostare la poppa della barca.
Detta così sembra quasi un dettaglio. Nella realtà è una cosa molto più concreta. Significa che quando metti la retro la barca può sculare lateralmente anche di uno o due metri.
In mare aperto non significa niente. In porto significa tutto.
Perché in porto lo spazio non è esattamente abbondante. Ci sono barche da entrambi i lati, pontili, parabordi, cime e una quantità sorprendente di persone che sembrano materializzarsi proprio mentre stai iniziando la manovra.
Ed è lì che scopri un’altra verità fondamentale della vela: ogni barca ha il suo carattere.
Alcune quando inserisci la retro sculano a dritta.
Altre sculano a sinistra.
Alcune lo fanno con delicatezza.
Altre sembrano avere un piano preciso per mettersi di traverso nel momento peggiore possibile.
Non c’è manuale che tenga. L’unico modo per capirlo è provare, osservare e ripetere.
Perché quando sei allineato al tuo posto barca e hai due metri scarsi per infilarti tra due scafi che costano più di un appartamento, sapere da che lato sculerà la poppa non è una curiosità accademica.
È la differenza tra una manovra pulita e una telefonata all’assicurazione.
L’uomo a mare: Quello che nessuno spiega davvero
Nel programma della patente nautica l’uomo a mare è spiegato e trattato in maniera molto dettagliata, ma solo fino ad un certo punto. Sulla carta esistono due manovre a motore e una a vela. Tutto molto semplice, ordinato. Il problema è che il mare non ha mai letto il manuale.
Chi va a vela, nella realtà, usa spesso altre varianti molto più efficaci di quelle spiegate nei libri. E poi c’è un dettaglio interessante che durante il corso per la patente nessuno affronta: le barche a vela hanno anche il motore. Questo “piccolo dettaglio” diventa improvvisamente uno strumento fondamentale quando qualcuno è finito in acqua.
La manovra classica a vela, quella da manuale, ha un “piccolissimo” difetto: per farla bene devi allontanarti parecchio. Cinquanta, sessanta metri almeno, poi impostare tutta la sequenza di manovre e tornare sul punto.
Il tutto richiede tempo. Almeno cinque minuti. Cinque minuti che sulla carta sembrano pochissimi ma in mare possono essere un’eternità.
In cinque minuti una persona in acqua può andare in ipotermia, perdere energie, ingerire acqua (e se è del Tevere meglio chiamare direttamente Taffo!) o semplicemente sparire tra le onde se il mare è parecchio agitato.
E poi c’è il dettaglio che quasi nessuno spiega davvero. Arrivare vicino alla persona non è la fine della manovra.
È l’inizio del problema, perché adesso devi tirarla su.
Un adulto vestito e bagnato pesa molto più di quanto pensi. Se è infreddolito, dolorante o ferito diventa ancora più complicato. A quel punto non stai più facendo un esercizio nautico. Stai cercando di salvare qualcuno.
Ed è qui che Maurizio insiste sempre su una cosa molto semplice.
D’estate, quando esci in barca con gli amici, fai tutte le prove che vuoi. Ma invece di passare due ore a perfezionare la virata perfetta, prova a simulare il recupero di un uomo a mare.
Butta un parabordo in acqua e chiama l’uomo a mare. Coordina l’equipaggio come se fosse realmente caduto qualcuno. Poi recuperalo.
Poi, se è bel tempo e fa abbastanza caldo, puoi anche far tuffare un volontario e andare a recuperarlo… per gioco, ma soprattutto per esercizio.
Poi ripeti.
Perché la virata perfetta serve soprattutto a fare il figo. Il recupero di un uomo a mare serve a salvare una vita.
A ogni barca il suo comandante
Ogni barca ha una sua personalità, ogni barca ha il suo Comandante.
E poi ci sono le persone che quella barca la conoscono così bene da sembrare quasi parte dell’equipaggiamento. Nel mio caso quella persona è Maurizio.
All’inizio può sembrare il classico comandante un po’ burbero: poche parole, sguardo serio, il tono di chi non ha molta voglia di ripetere tre volte la stessa spiegazione.
Poi dopo qualche uscita capisci che non è burberia, è attenzione. Perché mentre tu stai guardando il panorama, stai pensando alla scotta del genoa o alla prossima virata, lui sta ascoltando tutto quello che succede sopra e intorno alla barca: il vento che cambia, le vele che lavorano, l’assetto dello scafo, cosa sta facendo ogni persona a bordo.
E infatti ogni tanto succede una cosa curiosa: qualcuno è al timone, Maurizio è sotto coperta, e lo senti dire con tono deciso:
“Orzaaa”
La prima volta ti chiedi come sia possibile. Poi capisci che conosce Libra talmente bene da sapere cosa sta succedendo anche senza guardare.
Sente il vento, sente la barca, sente il modo in cui lavorano le vele. E soprattutto ha una pazienza infinita.
Quando qualcuno sbaglia una manovra non partono urla o scenate. Al massimo una battuta secca, poi si riprova. Finché quella manovra non diventa naturale. Ed è uno stile molto poco teatrale ma estremamente efficace.
Ogni tanto, mentre Libra scivola sull’acqua con il vento giusto nelle vele e lui osserva tutto in silenzio con quell’aria calma e vigile, viene spontaneo pensare a quei capitani dei film di mare fatti bene. Quelli che parlano poco, ma quando parlano conviene ascoltare.
Quello che la patente non può insegnarti
Dopo un anno e mezzo di uscite, corsi, manovre sbagliate e manovre riuscite, una cosa diventa abbastanza chiara.
La patente nautica è necessaria. Ma è solo l’inizio. Ti dà le regole, la teoria, il linguaggio per capire cosa sta succedendo. Poi arriva il mare.
E il mare ti insegna altre cose.
Ti insegna che il vento non si guarda solo sul Windex, si sente con il proprio corpo.
Ti insegna che ogni barca ha il suo carattere, e va conosciuto a fondo.
Ti insegna che una manovra in porto vale più di mille miglia di col mare calmo.
E soprattutto ti insegna che alcune cose non sono esercizi. Sono responsabilità.
Perché tra una virata perfetta e il recupero di un uomo a mare la differenza è molto semplice. La virata perfetta serve a fare il figo. Il recupero di un uomo a mare serve a salvare una vita.
Tutto il resto, in fondo, è pratica.
E il mare è un maestro che non ha nessuna fretta.


