
Novembre è il mese dei buoni propositi tardivi, delle agende che provano a ripartire e delle temperature ormai decisamente autunnali. È anche il mese del mio esame per la patente nautica. Un evento atteso, temuto, sognato e risognato di notte, più volte rivisto nella mia mente come un film con la regia di Hitchcock e la colonna sonora di “Master & Commander”. Ma finalmente, tra una cosa e l’altra, il giorno è arrivato.
Porto di Ostia, ore 07:00, molo India. Ancora mezza luna nel cielo e io con gli occhi da panda che vago alla ricerca di un caffè mentre tutti i bar del porto sono ancora chiusi. Insieme al mio manipolo di compagni di corso molliamo gli ormeggi per raggiungere Fiumicino, dove ci attende l’Esaminatore. Anzi, l’Esperto Velista della Motorizzazione. Una figura mitologica che aleggia tra le onde come Nettuno, ma con la camicia a quadri.

Il viaggio verso il punto di ritrovo è una miscela di silenzi carichi di tensione, battute nervose e revisioni mentali di nodi e manovre. C’è chi si ripassa le precedenze tra navi fantasma e chi fissa l’orizzonte sperando di fondersi con esso mentre continua imperterrito a ripassare i nodi.
Il luogo d’esame
Arrivati a destinazione, scatta la vera sfida: l’attesa.
Due ore abbondanti seduti sul molo, tra silenzi, chiacchiere a metà voce, sguardi intimiditi e mille “chi va per primo?”. La Motorizzazione non si smentisce mai: tempi dilatati come un concerto dei Pink Floyd, ma senza musica. L’ansia è una nuvola collettiva sopra le nostre teste.
Ore 11:00. Finalmente arriva il turno del mio gruppo, L’Esaminatore ci osserva da lontano, noi lo temiamo come se fosse un incrocio tra Gordon Ramsay e l’insegnante di guida più stronzo che abbiate mai avuto, ma alla fine inizia a ridere e scherzare mettendoci comunque a nostro agio. “Chi vuole iniziare?” chiede, con la serenità di chi sa che oggi darà voti, non li riceverà.
Mi guarda, lo guardo, mi indica e fa: “inizia tu”. Ormai ci sono, andiamo!
La barca è ormeggiata all’inglese lungo il fiume. Per chi non lo sapesse, è una roba a metà tra il parcheggio in retromarcia e il tetris, con l’aggravante dell’acqua e della corrente contraria. Mai fatto prima. Non proprio l’ideale per iniziare un esame, ma tant’è. Faccio mente locale su cosa NON fare (tipo abbattere il molo o trasformare la barca in una zattera vichinga) e inizio ad impartire gli ordini per il disormeggio.
Accendo il motore, mollo a prua, chiedo una spintarella da terra come se stessi partendo per Capo Horn. Lì capisco che la mia unica missione è: non toccare il molo col giardinetto di dritta. Solo quello. Se riesco a non grattugiare la barca sul muro di cemento sono già un eroe.
Ce la faccio, come direbbe il maestro Martellone: “bbbucio de culo!”
Una volta fuori dal fiume la tensione si scioglie. Le prove sono quelle standard: issata di randa e svolgimento fiocco (senza dimenticare di mollare l’amantiglio alla fine di tutto), virata, uomo a mare e arrivederci e grazie. Nessuno nel frattempo ha preso il boma in faccia quindi tutto liscio.
Ceduto il timone guardo il mio istruttore che sghignazza come per dire “visto? era facile no?” e io che con una faccia a metà tra l’incredulo e l’offeso gli sussurro: “embé, tutto qui?“

Prossimo passo: la senza limiti!
Perché diciamolo: la vela è un mondo a parte. Un misto di avventura, tecnica, cameratismo e quell’immancabile tocco di follia che ti fa svegliare all’alba per andare a fare due bordi vicino casa e tornare con il sorriso.


